Beauty

Wabi-sabi nell’estetica giapponese: il valore della semplicità e dell’imperfezione

27 Febbraio 2025
wabi sabi nell'estetica giapponese: la bellezza nell'imperfezione e nella semplicità

Esiste un concetto, nella secolare tradizione giapponese, che più di tutti rappresenta la sensibilità estetica di questo paese: si tratta del Wabi-Sabi, pilastro dell’arte e della letteratura classica nipponica, che si basa sostanzialmente sulla valorizzazione della semplicità e dell’imperfezione come dettame estetico.

Il pensiero del Wabi-Sabi affonda le sue radici nel Buddhismo Zen e riconosce tre realtà fondamentali: niente è eterno, tutte le cose sono imperfette e tutte le cose sono incomplete.

Etimologia

Con il termine wabi si intende, nella sua accezione positiva, la semplicità degli oggetti – che siano essi naturali o artificiali – e l’eleganza non ostentata delle cose.
Con sabi, invece, si indica la bellezza che accompagna l’avanzare dell’età, la patina del tempo che abbraccia tutte le cose e che dà loro un valore inestimabile.

semplicità e eleganza del wabi-sabi

Princìpi

Pertanto, i princìpi cardine su cui il Wabi-Sabi poggia – in totale contrapposizione con i canoni estetici classici dell’Occidente – sono: il piacere della semplicità e dell’asimmetria; la bellezza e l’eleganza della sobrietà; l’amore per gli oggetti naturali e l’elogio alle forze della natura.
Natura che, in questo caso, non è selvaggia e incontaminata – come più facilmente ci verrebbe da pensare – ma, pur rimanendo spontanea, è “composta” e “confezionata” ed è segno quindi dell’intervento umano.
Un esempio molto lampante di ció è, in ambito naturalistico, il Bonsai, una pianta poco rigogliosa e ridondante ma comunque molto bella ed elegante a vedersi proprio per la sua essenzialità. Caratteristica conferitale dall’intervento dell’uomo, che l’ha creata appositamente a scopo ornamentale, volendo appagare i sensi e la vista.

bonsai

Ciò che il Wabi-sabi ci insegna, quindi, è che utilizzando la semplicità e l’imperfezione come criteri nel guardare la realtà, è possibile cogliere la vera essenza di un oggetto, il quale viene per l’appunto spogliato da abbellimenti superflui per essere apprezzato e valorizzato in tutta la sua naturalezza e spontaneità.

grafico del wabi-sabi

Questa idea di semplicità e di austerità – intese appunto come spoliazione di elementi accessori – si riflette in tanti ambiti artistici.

Per esempio, nella letteratura si passa da un’arte marcatamente illustrativa ad una molto più scarna e sintetica, in cui la scrittura vale più dell’immagine e i colori non sono più necessari. Oppure, nell’arte culinaria, la cerimonia del thè subisce una trasformazione e passa dall’essere ricca e pomposa – di rimando alla sfarzosità della cultura cinese – ad essere caratterizzata da un ambiente sintetico ed essenziale, che possa favorire una meditazione più consapevole.

cerimonia del tè nel wabi-sabi

Il giardino zen

Anche il giardino zen è un’immagine esemplificativa del concetto di Wabi-Sabi.
Questo, infatti, è composto da elementi accostati tra loro in perfetta armonia, in modo tale che tutto risulti molto naturale nonostante sia studiato nei minimi dettagli. Anche in questo caso, così come nell’esempio del Bonsai, è l’uomo che interviene sulla natura, sempre rispettandola e venerandola, con lo scopo di creare un ambiente essenziale che favorisca la meditazione e la contemplazione.

giardino zen

La storia del Monaco e il giardino zen

Un monaco viveva in un tempio all’interno del quale vi era un grande giardino che lui stesso curava.

Accanto a questo tempio ve ne era un altro più piccolo, dove risiedeva un vecchio maestro Zen.

Un giorno, il monaco mentre aspettava degli ospiti speciali, si preoccupò di sistemare il giardino prestando molta attenzione a ogni particolare: strappando le erbacce, potando gli arbusti, rastrellando e spazzando meticolosamente con cura tutte le foglie secche.

Mentre il monaco era impegnato a lavorare nel giardino, il vecchio maestro stette a osservarlo con interesse dall’altra parte del muro che separava i templi.

Quando ebbe finito, il monaco stanco e madido di sudore, si mise ad ammirare il proprio lavoro.

“Non è bello?” gridò al vecchio maestro dall’altra parte del muro. “Sì”, rispose il vecchio, “ma c’è qualcosa che manca. Aiutami a scavalcare questo muro e te lo aggiusterò”.

Lentamente, il maestro si avvicinò a un ciliegio al centro del giardino, lo afferrò per il tronco e lo scosse, facendo cadere i suoi petali in tutto il giardino. “Ecco,” disse il vecchio sorridendo, “puoi riportarmi indietro adesso.”


Qui potete trovare il progetto realizzato per Palazzo Sant’Anna che ha ispirato questo articolo.

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